Blade Runner

ottobre 20, 2007 on 6:11 pm | In Amici
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Blade Runner

di Ciro Discepolo
Tratto dalla rivista Ricerca 90

L’entrata di Nettuno in Aquario si avvicina e già si possono registrare i prodromi di un simile evento. Prodromi o felici annunciazioni? Ciascuno giudicherà per sé. Nello scorso numero della rivista volli lanciare un sasso, provocatoriamente, sul tema della realtà virtuale, prima, a mio avviso, icona dell’entrata di Nettuno nell’undicesimo segno dello zodiaco. Scrissi, brevemente, alcune note su Nirvana, di Gabriele Salvatores e, dobbiamo notare, che il sasso è stato raccolto da Luigi Ferdinando Moretti che riporta, in queste stesse pagine, le sue argomentazioni sul tema. Allora sono voluto tornare anch’io sull’argomento e mi sono rivisto lo stupendo Blade Runner, il cult-movie di Ridley Scott del 1982. Pellicola davvero indimenticabile, uno dei pilastri del cinema di tutti i tempi. Qui, diversi anni prima del lungometraggio di Salvatores, si parla di realtà virtuale. È, infatti, la storia di un poliziotto, Deckard (Harrison Ford), della speciale unità chiamata Blade Runner incaricata di scoprire e di eliminare i replicanti, dei cloni quasi perfetti dell’uomo, utilizzati per lavori speciali nelle colonie dello spazio. I cloni sono delle riproduzioni eccellenti, tranne che in due particolari: hanno una vita breve (di solito quattro anni) e sembrano apparentemente privi di sentimenti, ma – come vedremo nel film – ciò non è del tutto vero e qui, come nella fiction del regista napoletano, si sviluppa il dilemma “persona o personaggio?”.

Ci troviamo in una Los Angeles del futuro, buia, afflitta da persistenti piogge acide, rumorosa, fumosa, affollata da un coacervo di razze e di personaggi multietnici. Deckard si muove tra architetture metalliche e spettrali, in angusti corridoi all’aperto ricavati in mezzo al brulichio incessante di americani, cinesi, neri africani, europei. Le facciate piatte ed altissime di grattacieli notturni fanno da display ad incessanti pubblicità mentre i megafoni delle strade ripetono i loro messaggi che oggi chiamiamo consigli per gli acquisti. La lingua parlata è uno slang incomprensibile fatto di pezzetti di lingue diverse, dal tedesco al portoricano al giapponese. Il poliziotto viene incaricato di “ritirare” (assassinare) quattro replicanti ribelli e in fuga. Si serve di un sofisticato test della dilatazione della pupilla, il test Voigt-Kampff, che sembra evocarne altri di triste lageriana memoria. Così viene a scoprire che i replicanti sono cinque e non quattro e tra loro c’è anche Rachel (l’attrice Sean Young): la ragazza non sa di esserlo e tenta delle difese del tipo ricordi di giochi al dottore da bambina o foto con la madre, ma il protagonista del film le spiega che si tratta solamente di innesti cerebrali, ricordi di altre persone. Rachel visibilmente scossa, a dispetto di chi sostiene che i replicanti non hanno un’anima, si innamora del suo potenziale eliminatore e gli salva addirittura la vita uccidendo lei stessa uno dei quattro replicanti. Costoro sono venuti sulla Terra per costringere il loro progettista a modificare il proprio DNA artificiale e per prolungarsi, così, la vita. Ma la missione fallisce ed i quattro, uno dopo l’altro, muoiono. L’ultimo, Butty, magnificamente interpretato da Rutger Hauer, un clone biondissimo e dagli occhi mefistofelicamente azzurri (doppiato magistralmente nell’edizione italiana), si spegne come un carillon che sta esaurendo la propria carica e adegua il proprio ritmo verbale alla stessa che si esaurisce inesorabilmente. Ma prima di morire, in un incredibile gesto di generosità, salva la vita al proprio killer. Le tematiche affrontate in questo film sono fondamentalmente tre e tutte ci riguardano da vicino (riguardano noi astrologi): la morte, la realtà virtuale ed il conflitto uomo/macchina. Quest’ultimo era, ricorderete, già il leitmotiv di 2001 Odissea nello spazio, di Stanley Kubrick: l’uomo collutta con la propria macchina, il computer di bordo, e lo distrugge per affermare la propria volontà, ma ne resta anche vittima perché l’astronave andrà alla deriva nello spazio. Qui, invece, in una visione più ottimistica, è l’uomo a vincere sulla macchina, come recita il romanzo Il cacciatore di androidi, di Philip K. Dick, da cui il film è tratto. La realtà virtuale, o la clonazione, se si vuole, sono l’altro grande tema di questa pellicola mito dei cinefili. Su ciò troverete qualche mia personale considerazione nella pagina di questa rivista dedicata all’opinione. La realtà virtuale ci riguarda tutti e ci riguarderà sempre di più in futuro, dalle protesi che sostituiranno organi e tessuti umani, agli animali creati in laboratorio per migliorare la vita dell’uomo, fino alle pillole della felicità (ma queste esistono già e vanno sotto il nome di Prozac). È un dibattito aperto cui vorremmo partecipaste tutti voi lettori con dei contributi originali: il tempo c’è perché Nettuno in Aquario si fermerà a lungo. La provocazione di questo abbinamento va da sé: Nettuno come inganno, Nettuno come mistake, Aquario come futuro, come scienza, come infinite possibilità nelle mani dell’uomo. Il film è da vedere assolutamente perché rilancia una serie grandissima di significati e cita classici indimenticabili come Il Medioevo prossimo venturo, di Roberto Vacca che, pur essendo un nemico acerrimo dell’astrologia, ha pur detto delle cose condivisibili. Il senso globale del film in oggetto è proprio il medioevo, una sorta di neomedioevo che ci attende se non faremo qualcosa di veramente fondamentale in senso ecologico. In quella bailamme di acciaio e pioggia persistente, in quella specie di corte dei miracoli di pezzenti che parlano lingue sconosciute e che non riescono a comunicare tra loro, Butty pronuncia le sue ultime parole che sono: “È tempo di morire…” e, didascalicamente, ne richiama altre: “Da dove vengo?, Dove vado?, Quanto mi resta?”. Ed a queste domande non siamo in grado di rispondere neanche noi astrologi.

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