Il clown e il dittatore

ottobre 21, 2007 on 5:15 pm | In Amici
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Il clown e il dittatore
di Stefano Rubino

Una delle tipiche frasi che vengono usate per liquidare la validità dell’Astrologia è questa: «Quei due sono dello stesso segno eppure non si assomigliano per niente!». Innanzi tutto bisognerebbe far capire che l’appartenenza ad un dato segno solare non esaurisce il quadro astrologico di una persona visto che esistono altri nove pianeti e il variare dell’ascendente li fa posizionare in Case diverse, modificando la loro modalità d’espressione. Per non parlare poi dei diversi aspetti che possono formare fra loro. Ma anche supponendo che due individui presentino un’identica Carta del Cielo questo non vuole dire per forza che saranno caratterialmente uguali. Sarebbe come presumere che due persone agli antipodi della Terra, disponendo degli stessi ingredienti, arriveranno a preparare un piatto identico. In realtà ognuno finirà o coll’inventarsi una sua ricetta oppure cercherà di rifarne una tradizionale, ma il risultato finale sarà inevitabilmente diverso. I due piatti non avranno mai lo stesso identico sapore. Inoltre, la psiche umana è una “pietanza” un po’ particolare visto che nessuno la può assaggiare se non il suo “preparatore” e visto che gli altri possono al massimo sentirne il profumo. Questo vuol dire che quando noi diciamo di “conoscere bene” una persona, in realtà spesso ne cogliamo solo alcuni aspetti limitati. E’ già difficile (se non impossibile) arrivare a conoscere pienamente se stessi, figuriamoci quando si tratta di analizzare gli altri. La nostra facoltà di giudizio è talmente distorta dall’ottica personale che se a me due persone possono sembrare “diverse come il giorno e la notte”, un altro potrà invece considerarle “incredibilmente somiglianti”. Accade però di frequente che quando incontriamo qualcuno del nostro stesso elemento (aria, acqua, fuoco, terra) ci troviamo stranamente a nostro agio con lui, come se fra di noi esistesse una sottile affinità. Ancora più stranamente ci capita di trovare insopportabili tutti quelli il cui segno coincide col nostro Discendente. E spesso finiremo fatalmente per innamorarci di persone dal segno solare opposto al nostro perché «…non saprei spiegarlo, ma è come se lei (o lui) mi completasse». Allo stesso modo, due individui dal quadro astrologico identico o quasi (come i due “cuochi” dell’esempio precedente) seguiranno sicuramente strade molto diverse nella loro vita ma, incontrandosi, avvertiranno di assomigliarsi in qualche modo, senza saper spiegare bene il perché. Questo fu probabilmente il caso (clamoroso!) di due celebri personaggi del secolo scorso: Charlie Chaplin e Adolf Hitler.

Charles Spencer Chaplin nacque a Londra il 16 aprile del 1889. Adolf Hitler vide la luce il 20 aprile dello stesso anno. Appena quattro giorni dopo. I due, a dire il vero, non sono neanche dello stesso segno visto che Chaplin è un Ariete e Hitler ha il Sole in Toro a 0° 38′. A Chaplin viene solitamente attribuito l’ascendente Scorpione mentre a Hitler l’ascendente Bilancia. Su queste cose non si può però essere sicurissimi visto che, ad esempio, di Hitler non si conosce neanche con assoluta certezza l’esatto luogo di nascita. Spesso bisogna andare, come si dice, ad intuito. Per quanto riguarda l’ascendente, io credo che sia forse vero il contrario di quello che si dice. Nelle immagini private Chaplin ha un modo di fare da dandy che forse potrebbe essere determinato da un ascendente piazzato verso gli ultimi gradi della Bilancia. Di Hitler basterebbe citare invece gli occhi azzurri e lo sguardo di ghiaccio tipicamente scorpionici. Se questa ipotesi riguardo agli ascendenti fosse vera, allora i due avrebbero tutti i pianeti nelle stesse identiche Case esclusa la Luna (che si trova anche in segni diversi seppur entrambi marziani, ossia in Capricorno per Hitler e in Scorpione per Chaplin). Soprattutto un particolare attira la nostra attenzione: il Sole si piazzerebbe per entrambi in Casa Sesta.
Citiamo adesso tre piccoli aneddoti che sono abbastanza illuminanti. L’autista di Mussolini dichiarò di aver sentito Hitler mentre spiegava di essersi fatto crescere i baffi in quel modo per assomigliare a Charlot, l’alter ego cinematografico di Chaplin. Dall’altra parte dell’oceano mentre tutti si chiedevano se il Cancelliere tedesco si sarebbe spinto al punto di provocare la guerra in Europa, Chaplin confidò ad un amico: «Credo che potrebbe farlo perché quell’uomo è come me. Capace di tutto!». Nel 1939, infine, un anonimo commentatore dichiarava sulle pagine della rivista Spectator che Hitler e Chaplin «esprimevano, seppur in maniera opposta, come nella visione distorcente di due specchi convessi che si riflettono, la visione e la preoccupazione del piccolo uomo».
Ariete e Toro sono notoriamente due segni pieni di forza, di energia. Spesso sono due segni di potere. Se però il Sole va’ a piazzarsi in Casa Sesta, come nell’ipotizzabile caso di Hitler e Chaplin, può derivarne un serio conflitto interiore fra la grande carica vitale espressa dal segno natale e la congenita tendenza all’automortificazione derivante dal settore in cui il pianeta si trova. La Morpurgo descrive la Sesta come la Casa del “livellamento”, del “siamo tutti uguali”, Barbault come quella del “più piccolo di sé”. Prima di aprirsi finalmente agli altri in Settima, l’uomo deve confrontarsi con i propri limiti, rendendosi conto che il mondo non gira attorno a lui come gli aveva fatto credere la Quinta Casa. La sua evoluzione passa attraverso questa dolorosa presa di coscienza. Per cui, un Sole vitalistico piazzato in Sesta Casa e costretto a ridimensionarsi per dare spazio al prossimo, può vivere nel terrore di essere un mediocre. E’ chiaro che per Hitler e Chaplin queste sensazioni fossero accentuate dal fatto di crescere in una società come quella dei primi del Novecento in cui l’alienazione dell’uomo da se stesso e il soffocamento conformistico dell’individuo erano argomenti al centro del dibattito politico. Per di più, entrambi provenivano da famiglie molto modeste e difficilmente sarebbero riusciti ad emergere dalla massa senza possedere quel qualcosa in più. Chaplin fu benedetto da uno straordinario talento recitativo che lo portò fin da bambino a solcare i palcoscenici londinesi. A Hitler, probabilmente, toccò in sorte un demone maligno che gli conferì un istinto politico infallibile e un aura carismatica in grado all’occorrenza di soggiogare chiunque. Ma evidentemente i condizionamenti astrologici si fanno sentire anche nel caso di personalità fuori dal comune.
Hitler che, quando voleva, poteva tenere in pugno un uditorio di centinaia di migliaia di persone, in privato diventava un “omarino” terrorizzato da ogni cosa, esile al punto da non riempire i vestiti. Molti biografi citano il senso di inadeguatezza che provava nei confronti delle sue stesse megalomani fantasie. Come se si sentisse incapace di realizzarle perché troppo meschino, impotente, ordinario. Osservando i filmati d’epoca degli incontri con Mussolini salta subito all’occhio il suo complesso di inferiorità nei confronti del Duce, al contrario sicuro di sé fino alla spavalderia come ogni buon Leone. Chiaramente non si può spiegare semplicisticamente il fenomeno del nazismo ricorrendo a categorie psicanalitiche come quella della “sovracompensazione”. Ma è certo che l’ideologia del superuomo e della supremazia ariana costituissero per Hitler anche un buon antidoto contro i velenosi suggerimenti della Sesta Casa. Sappiamo che questo settore porta a pensare in modo gerarchico: da una parte ci sono i superiori ai quali si spera di appartenere e dall’altra ci sono quelli che, in base a criteri tutti propri, sono stati bollati come inferiori. Hitler sposò la causa antisemita e sognò di realizzare una società organizzata gerarchicamente in base a criteri di razza. E presto si convinse che gli “inferiori” non solo meritavano di essere sfruttati ma addirittura dovevano essere sterminati. Il suo terrore (o il suo sogno) di una società in cui ogni uomo è ridotto ad essere un semplice numero troverà un macabro riflesso nella marchiatura riservata ai prigionieri dei campi di concentramento.
Chaplin era ovviamente una persona totalmente diversa da Hitler. Durante la sua vita e attraverso la sua produzione cinematografica mostrò sempre grandissima comprensione per i diseredati e gli infelici del mondo. La sua filantropia dovette sembrare così inusuale agli occhi degli Americani che l’attore si trovò ad essere etichettato come comunista e per questo costretto di fatto a rifugiarsi in Europa. Negli anni Venti era diventato la più grande star di Hollywood senza mai mostrare in un film il suo vero volto ma comparendo sempre nei panni di Charlot, una specie di vagabondo straccione con baffetti, bombetta, scarpe enormi e vestiti troppo stretti. Le peripezie cinematografiche di Charlot sembrano tutte ruotare attorno ad un tema dominante. Quest’uomo vorrebbe solo procurarsi da mangiare (visto che è povero in canna) per poi starsene in pace per conto suo, magari in compagnia di qualche dolce fanciulla. Ma in realtà combina sempre dei guai e si trova sistematicamente inseguito da datori di lavoro e poliziotti che lo vogliono riempire di botte. Visto come archetipo sociologico Charlot rappresenta in modo comico l’incapacità dell’uomo comune di adattarsi alle richieste della società moderna sempre più consumistica e industriale. Una società appunto che tollera sempre meno comportamenti anticonformistici e che vuole ridurre ogni individualità a semplice risorsa produttiva. Famosissima è la scena di Tempi Moderni nella quale Charlot viene letteralmente inghiottito dagli ingranaggi di una catena di montaggio. Un’immagine questa che, a livello astrologico, esprime molto efficacemente l’imbarazzo e la sofferenza di un vivace e individualistico Sole Ariete piazzato nella Casa associata alla consuetudine e alla ripetitività meccanica. Con l’avvento del sonoro Chaplin capì che la sua maschera più famosa, basata soprattutto su sketch mimici, non poteva durare. Decise così di dedicargli un ultimo film in cui l’avrebbe fatta parlare per la prima e ultima volta. E’ facile immaginare con quanta scrupolosità Chaplin abbia preparato l’addio di Charlot al cinema e con quanta trepidazione il pubblico attendesse quel film. La Seconda Guerra Mondiale era già scoppiata da un anno quando nelle sale uscì Il Grande Dittatore. Chaplin si sdoppiava interpretando ben due ruoli: il suo solito alter ego Charlot, questa volta nei panni di un barbiere di origine ebrea e Adenoid Hynkel dittatore del fantomatico Stato di Tomania ed esplicita parodia di Hitler. Fu una scelta incredibilmente coraggiosa, da vero Ariete. Al cinema nessuno fino ad allora aveva voluto schierarsi apertamente contro Hitler e Il Grande Dittatore fu la prima pellicola apertamente antinazista della storia. Cosa spinse Chaplin a fare questo film? Di certo l’attore voleva rendere esplicite le sue posizioni politiche realizzando un’opera di denuncia contro l’antidemocraticità e il razzismo del regime tedesco (all’epoca ancora non si conoscevano gli orrori dei campi di sterminio). Ma è probabile che entrassero in gioco anche motivazioni più personali. Mentre studiava filmati dell’epoca per carpire le movenze di Hitler, Chaplin ne visionò uno in cui il Fürer scendeva dal treno e abbozzava un comico passo di danza. I tecnici del film gli sentirono sussurrare questa frase: «So cosa ti passa per la testa, figlio di puttana!». Si era rivisto nello schermo. Aveva capito che il dittatore tedesco era una sorta di caricatura diabolica di se stesso. Hitler rispecchiava deformando l’immagine di Charlot e di tutto ciò che Chaplin temeva (o in cuor suo pensava) di essere. Un ometto insignificante, astioso, ridicolo e vanesio. «Lui è il pazzo e io il comico – confidò una volta al figlio Sidney – ma avrebbe potuto benissimo essere il contrario».
Chaplin possedeva però una qualità molto rara, di cui certo Hitler era sprovvisto: sapeva ridere di se stesso e dei suoi difetti. Ma soprattutto aveva capito che gli uomini, pur con tutte le loro meschinità, dovevano amarsi fra loro e non uccidersi. Alla fine del Grande Dittatore, Charlot viene scambiato per Hynkel e portato sul palco per tenere un comizio. Lì Chaplin abbandona lentamente la maschera del personaggio e torna nei suoi panni con una trasformazione mimica quasi impercettibile ma straordinaria. Non è più Charlot (e non lo sarà mai più) è solo Charlie e non sta parlando ai soldati del film ma agli spettatori. Quel messaggio pacifista diventato celebre fu giudicato addirittura troppo sentimentale dai critici dell’epoca ma le sue parole sono ancora tremendamente attuali:
«Vorrei aiutare tutti se possibile. Ebrei, ariani, uomini neri e bianchi. Tutti noi esseri umani dovremmo aiutarci sempre. Dovremmo godere soltanto della felicità del prossimo, non odiarci e disprezzarci l’un l’altro. […] la vita può essere felice e magnifica ma noi lo abbiamo dimenticato. L ‘avidità ha avvelenato i nostri cuori e precipitato il mondo nell’odio. Ci ha condotto a passo d’oca a fare le cose più abbiette. Abbiamo i mezzi per spaziare ma ci siamo chiusi in noi stessi. Le macchine che danno l’abbondanza ci hanno lasciato nel bisogno. La nostra sapienza ci ha resi cinici, l’intelligenza duri e spietati. Pensiamo troppo e sentiamo troppo poco. Più che di macchine abbiamo bisogno di dolcezza e di bontà. Senza queste doti la vita sarà violenta e tutto andrà perduto».

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